>
Edizioni Arcipelago - Email:
Materiali per Operatori del Benessere Immateriale
Earthwalk
CAPITOLO 6 (seconda parte) / v. Capp. 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7

Devianza e arginamento

II metodo più importante con cui le società immagazzinano l'informazione che non si armonizza con i temi culturali dominanti è attraverso la gestione di quello che i sociologhi chiamano «comportamento deviante». Quel comportamento, cioè, disapprovato, schernito e, di solito, punito dalla comunità o dai suoi rappresentanti. I sociologhi si tormentano molto riguardo il comportamento deviante e il suo controllo, e parecchia della loro perplessità deriva dal fatto curioso che, quando l'intera focalizzazione delle energie di una comunità sembra rivolta al totale sradicamento di una porzione di esso, questo, nondimeno, fa di tutto per persistere. Come possiamo spiegarci l'impotenza della società in simili casi? È come se nei sistemi sociali esistesse un certo tipo di ambivalenza che impedisse all'attacco alla devianza di raggiungere le sue logiche conclusioni. Michel Foucault, ad esempio, descrive come i pazzi del quindicesimo secolo spesso venissero messi in mano a marinai che li portavano in città lontane, dove venivano raccolti in gran numero per essere, il più delle volte, imprigionati. Quantunque questa gente venisse ovunque considerata una minaccia, pure ci si dava gran pena per il suo trasporto, l'alloggio e il nutrimento. Noi certamente non possiamo arguire che la consacrazione ai valori umani e al sentimentalismo trattenesse la gente di città dall'eliminarli; in effetti, gli uomini di quel tempo, esattamente come quelli di adesso, erano totalmente disposti ad uccidere il prossimo per una differenza d'opinione o per una manciata di soldi. Eppure, in questo caso, sembravano essere preda di qualche esitazione, di un qualche dubbio profondamente radicato. Si può obiettare che i pazzi, per tradizione, hanno avuto una sacra aureola che forniva loro una certa immunità. Questo è vero e serve come esempio per la tesi qui avanzata. Comunque, questi pazzi non erano considerati pseudo-sciamani e non veniva loro concesso di vagare liberamente per la comunità: erano considerati un pericolo e soggetti ad esilio e isolamento. Però, venivano mantenuti in vita. È come se la gente di città avesse il dubbio di poter perdere qualche risorsa potenziale, qualora li avesse distrutti totalmente. Un'ambivalenza e un dubbio del genere sono osservabili in parecchi ambienti. Sono rimasto spesso impressionato per l'energia che, talvolta, piccoli gruppi dedicano al tentativo di provvedere ad individui importuni, disponendosi perfino a rimanere completamente paralizzati piuttosto di perdere un solo membro turbolento. In uno studio sperimentale sui gruppi, i ricercatori trovarono che, sebbene il membro deviante sia generalmente avversato, «sarebbe del tutto infelice presumere che questi venga isolato o ripudiato dal gruppo: un accurato sociogramma rivelerebbe l'individuo deviante circondato da preferenze sociometriche congiungentisi, come se fosse protetto dalla struttura del gruppo».Spesso, a livello di comunità, il comportamento deviante viene sia espresso, sia neutralizzato in relativo riserbo, come se i rappresentanti della società assumessero, non già che la palese devianza possa alleare la comunità in una solidarietà oltraggiata, come hanno suggerito alcuni sociologhi, ma che essa potrebbe contaminarli e infettarli. In tali casi, sembra acconcio dire che le società rispondono alla devianza come se desiderassero isolarla, minimizzarla, porla in quarantena, ma proteggerla: in altre parole, arginarla. Questa ambivalenza, questa esitazione a distruggere la tendenza deviante è, alla base, proprio ciò che appare essere : il dubbio, cioè, che il comportamento riprovevole o schernito non possa rivelarsi, in un certo futuro, incarnazione di una risorsa segreta, sì, ma apprezzabile, di una data specie. L' «arginamento» della devianza è un'ulteriore barriera contro il cambiamento sociale. La tendenza deviante arginata è simile ad un canovaccio d'opera, o all'archivio di un museo, o a uno zoo. In essa sono contenuti i semi di una futura ortodossia potenziale — per quanto poca, ma sempre un po'. Questo non significa implicare l'esistenza nei sistemi sociali di una certa saggezza profonda che oculatamente riconosce le ambiguità del futuro al di sotto delle certezza spurie del presente. Le società sono automi ciechi e privi di intelligenza che inciampano sempre nella distruzione e nella decadenza. Il meccanismo di arginamento è tanto crudele e inefficiente quanto, a livello, biologico, la mutazione. In entrambi i casi viene mantenuta una variazione casuale, al caro prezzo di preferire un sistema più perfetto dal quale non ci sia scappatoia. Un adattamento perfetto produce per lo più una certa obsolescenza. Qualsiasi meccanismo auto-conservantesi deve disporre, incorporato in sé, di un certo quantitativo di errore. Secondo quanto disse, tanto tempo fa', Lewis Mummford, soltanto i sistemi imperfetti, pieni di autocontraddizioni, hanno la capacità di sopravvivere. Il motivo per cui le società, oggi, tendono ad arginare la devianza piuttosto che a cancellarla, è che queste società sono le superstiti. I sistemi sociali sopravvissuti sono come gazze ladre e topi delle Montagne Rocciose. Essi hanno soffitte colme di temi, di valori e di schemi alternativi di comportamento che non svolgono più alcun ruolo attivo nella società. Questi sono conservati non soltanto nel mito, nel rituale e nel folklore, ma anche nelle zone subculturali e nei ruoli individuali stilizzati. Che attinenza ha un Gesù Cristo, o un Billy the Kid, o un Achille in una moderna società industriale come la nostra? Di che utilità è un eremita in una comunità gregaria, un travestito in una tribù guerriera? Che valore hanno i pazzi? Foucault avanza l'ipotesi che l'invenzione dell'ospedale mentale ha avuto la funzione di conservare in riserve nascoste il fantastico, di mantenere vive, durante l'età classica, immagini sepolte che potessero essere «trasmesse intatte dal sedicesimo al diciannovesimo secolo». La follia comporta una dissoluzione di strutture e confini. Il pazzo vive fuori dell'ossatura strutturale imposta dalla società. Esso va alla deriva in un mare turbolento e scatenato. Ma il mare stesso è una riserva, contenendo tutti gli elementi con i quali è possibile costruire un sistema sociale. Se il pazzo è fuori contatto con l'edificio, esso è caratteristicamente in contatto con i suoi componenti. Come tale è tanto da temersi quanto da tesaurizzarsi. Egli ne sa di meno e di più degli altri. La fiaccola della cultura non tende a restare per troppo tempo nelle stesse mani; coloro che sono impegnati negli schemi esistenti tendono ad essere baipassati dal meno «acculturato» che balza come una rana in una nuova età d'oro. Ogni tedoforo si immagina che il suo rozzo e incolto vicino possa acquisire grazia soltanto attraversando un sentiero imitativo, ma resta sempre assai sorpreso nel trovarsi sorpassato in una direzione da
lui mai presa nemmeno in considerazione. Come potrebbe una nazione di borghesi sorpassarne una di nobili guerrieri, se non diventando nobile e guerriera? Come potrebbe l'Africa sorpassare le nazioni occidentali, se non occidentalizzandosi? Come possono i negri americani ascendere verso qualche cosa, se non diventando simili a bianchi della classe media? Tuttavia, le lezioni di storia suggeriscono che non è diventando come il gruppo dominante che si verifìcano i progressi culturali. I liberali bianchi erano soliti credere che lo stereotipo del negro caldo e rozzo — che canta e balla, che vive nel presente, che gioisce al massimo dei piaceri corporali — non avesse alcun fondamento comportamentale o che fosse un infelice adattamento compensatorio a secoli di schiavitù e di oppressione. Mi piacerebbe avanzare l'ipotesi che questa configurazione comportamentale — chiamiamola schema del cocomero — non sia stata tanto un adattamento all'oppressione (quantunque, senza dubbio, entro certi limiti lo sia stata), quanto, piuttosto, che l'oppressione sia stata un adattamento inconscio allo schema del cocomero. Una volta che la base economica per l'oppressione dei negri sfumò, questi, in parte, furono oppressi per arginare lo schema del cocomero: per isolarlo, porlo in quarantena, svilirlo, scoraggiarlo e mantenerlo in vita. Pur essendo proibito ai negri di raccogliere i frutti dell'Etica Protestante, essi vennero altresì protetti dalla sua infezione e dal suo marciume interno. Lo schema del cocomero era un biglietto di ritorno nel caso l'Etic Protestante risultasse un raggiro, e adesso che l'era industriale sta per assumere la sua posizione esterna di momento orribile e aberrante della storia umana, il biglietto è riscattabile. In periodi di cambiamento, chi è più integro, meno deformato dalle consuetudini elaborate e dalla degradazione dell'impulso, si trova nella posizione migliore per innovare creativamente. Durante il trascorso decennio, negri, indiani e donne, tutti si sono impegnati a trasportare fuori dal basamento della nostra cultura tesori trascurati, nel tentativo di rivitalizzare una società sclerotica. I negri sono stati i primi a riconoscere questa missione. Essi sono stati pionieri intellettuali — indicando agli altri gruppi oppressi il funzionamento dell'oppressione e come trascenderlo. L'affermazione «il Negro è bello» è stata una profonda invenzione culturale, come evidenziato dalla rapidità con cui essa si è diffusa ad altri gruppi oppressi. Ciò nonostante, l'acquisizione del rispetto di sé quando si è membri di una minoranza disprezzata risulta virtualmente impossibile, come creare qualche cosa dal nulla. Durante il primo movimento per i diritti civili, un punto d'appoggio significativo apparve quando i liberali bianchi andarono al sud pieni di condiscenza e finirono per dimostrare una certa invidia e ammirazione per la cultura nera.

Il razzismo è come un incantesimo magico: esso deve essere perfettamente mantenuto se vuole ottenere l'adeguato effetto demoralizzante su colui che lo recepisce. Una sola falla e l'incantesimo si rompe. Lo specchio della realtà sostituisce lo specchio incantato e la bella addormentata si risveglia dal suo sogno di odio di sé. A prescindere da quanto energicamente si tenti, è impossbile conservare il rispetto di sé in assenza di una qualsiasi validazione esterna. Però, è bastato un piccolissimo frammento di tale validazione e i negri si sono rapidamente costruiti per proprio conto una forte ideologia di reciproco rispetto e di affermazione culturale. L'esperienza negra apri gli occhi ad altri gruppi sottoposti a continuo arginamento: donne, Amerindi, Chicanos, prigionieri, pazienti mentali,
studenti universitari. Ad eccezione di uno, questi gruppi avevano esperimentato tutti l'arginamento in senso realmente fisico, essendo stati racchiusi in ghetti, riserve o istituzioni. Questa clausura ha una doppia funzione: nel momento, la cultura deviante non è in grado di infettare quella dominante che prevale, però, contemporaneamente, non può essere ingolfata o distrutta da essa. Oppressione e isolamento la conservano debole, circoscritta e intatta. Conseguentemente, l'istante in cui il gruppo oppresso erompe fuori dal proprio isolamento è questione di assai delicata tempizzazione: fiorirà il seme culturale protetto in isolamento in mezzo al marciume della vecchia cultura dominante, oppure la cultura dominante (per mescolare un po' le metafore) lo soffocherà con anticorpi? Molti di quei dibattiti politici senza fine che vengono fatti nei gruppi oppressi, si aggirano intorno a questo difficile problema. Entro certi limiti, si può dire che, se la cultura dominante non è ammalata, sclerotica, decadente, il problema non sorge: l'arginamento avrà successo, non importa come. Una vigorosa oppressione che si basi su di una convinzione morale illusoria è un'arma pressoché insuperabile, specialmente contro una minoranza. Ma se l'oppressione comincia a vacillare, se l'illusione di superiorità ed integrità inizia a sfaldarsi, la vitalità della cultura deviante arginata spezzerà le sue catene. Ciò non significa che l'argomento della tempizzazione sia privo di significato. Se le culture debbono essere mescolate (il che, in definitiva, è quanto sempre accade, anche nella
guerra e nelle rivoluzione), la tempizzazione svolge nella nuova sintesi un ruolo maggiore o minore. Questa è l'essenza del problema del separatismo negro. Seguire la strada dell'integrazione sarebbe stato condannare i negri
ad un ruolo infinitesimale nella cultura sintetizzata. Proteggere volontariamente proprio quell'arginamento che, in precedenza, era stato involontario, era garantire che la nuova sintesi, qualora fosse avvenuta, sarebbe stata di tipo assai più negro. Anche per le condizioni d'oppressione esistono variazioni circa il grado in cui una cultura deviante può essere conservata intatta. Una riserva consente più di un ghetto, e un ghetto assai più di una prigione o di un ospedale mentale. Le istituzioni di isolamento, come Erving Goffman ha osservato, possiedono una loro cultura, che è essenzialmente quella del campo di concentramento: autoritaria, burocratica, infantilizzante e sadomasochistica. Quasi tutto ciò che viene protetto in tali istituzioni sono quelle qualsiasi variazioni culturali che le persone avevano albergato dentro di sé individualmente. In questo senso, sono soffitte culturali assai meno efficienti, per cui la loro utilizzazione è indice di minor vigore ed elasticità da parte della società che fa massiccio affidamento su di esse. Di una società che argini efficacemente una cultura deviante opprimendola si deve almeno riconoscere, per quanto repellente, la sua salute e vitalità. Il regime nazista rivelò la propria fragilità quando i campi di concentramento cominciarono ad essere utilizzati su vasta scala ed il successivo tentativo di annientare un'intera popolazione deviante tradì la sua totale mancanza di vitalità e il collasso imminente. Le donne sono l'unico gruppo oppresso d'America a non essere stato geograficamente arginato. Dacché le donne non costituiscono una minoranza l'arginarle insieme avrebbe significato suonare istantaneamente la campana a morto della cultura bianca dominante. Le culture patriarcali sono rimaste sempre impietrite di fronte a vasti ammassamenti di donne. Pertanto l'arginamento delle donne rese necessaria la costruzione di miliardi di prigioni psichiche individualizzate, eufemisticamente chiamate focolari domestici. Le donne sono state soggiogate ponendole in una blanda forma di arresto domiciliare. La frase "non è neanche capace di tenersi sua moglie a casa" è un modo consuetudinario per mettere in ridicolo la competenza domestica di un uomo: la virilità si basa sulla capacità di fare il secondino. Divide et impera. Anche se tenute in segregazione, le donne hanno condiviso una cultura derivata da certe esperienze comuni: oppressione, esclusione dalle fonti di potere della società e relativo non impegno al modo di pensare meccanicistico (generalmente stigmatizzato come «intuizione femminile»). Il loro emergere come gruppo è stato ampiamente ostacolato dall'illusione di essere già partecipi della cultura dominante. Fra le donne, il sorgere della coscienza ha accentuato l'unità e la consapevolezza di compartecipare una cultura vitale estranea al compartimentalismo e all'inibizione maschile. La probabilità che venga arginata una cultura deviante è funzione di quanto essa contrasti con decisione la cultura dominante. La cultura negra è diametralmente opposta all'Etica Protestante di inibizione, frigidità e taccagneria. La cultura femminile è antitetica a quella maschile di repressione del sentimento, di razionalismo schizoide e di attività meccanica. La maggior parte della cultura amerinde si oppone, in un modo o nell'altro, all'enfasi occidentale sull'individualismo, alle parti-sui-tutti e allo sfruttamento dell'ambiente, favorendo, invece, una visione della natura come insieme equilibrato in cui gli umani svolgono un ruolo eguale, anziché stellare. È mia impressione inoltre che quelle culture amerinde più antitetiche alla nostra, quali le culture pueblo, siano state meglio protette di quelle più simili alla nostra (quali le culture delle pianure). Il fatto che così tante tensioni nuove e contrastanti siano attualmente nutrite nella nostra cultura, è segno sia della sua malattia sia della sua vitalità, proprio come un titolo elevato di sangue rivela tanto che un organismo è ammalato, quanto che sta rispondendo energicamente. Roma, nel suo lungo declino, mostrò lo stesso ardente appetito di tradizioni estranee e devianti e, quantunque ciò non rettificasse affatto il suo impegno autodistruttivo per la massiccia ineguaglianza della ricchezza e per altre propensioni, questa recettività ne prolungò, certamente, l'esistenza. Lo stesso fenomeno lo si scorge ora soprattutto nell'attrattiva per il pensiero e per le nuove religioni orientali. Se ciò porta ad una fondamentale ristrutturazione della cultura, possiamo riuscire assai meglio dei nostri antichi predecessori. Si ha fiducia nell'emergenza di un pensiero ecologico in America. L'etnografia occidentale moderna cominciò a fiorire all'inizio del ventesimo secolo, proprio mentre culture pure non occidentali stavano svanendo dal mondo. Ciò, in sé, tradì una vigorosa risposta da topo delle Montagne Rocciose da parte di un certo numero di società occidentali, però, la consapevolezza di modi disparati di considerare il mondo fu, per molto tempo, privilegio di pochi antropologhi. Oggi, invece, qualsiasi libreria civile del paese ha una sezione riservata a libri di culture amerinde e di ecologia, mentre sta geometricamente aumentando il riconoscimento del ricco retaggio culturale distrutto dagli invasori bianchi d'America. Più importante di tutto, si ammette sempre più che l'assorbimento di questo retaggio non è una ricreazione esoterica, ma un passo necessario per la sopravvivenza. Prima di abbandonare l'argomento dell'arginamento, è necessario dire una parola circa la tecnica. Ho menzionato oppressione e isolamento ma, forse, la più importante di tutti è la tecnica della definizione negativa, descritta da Ronald Laing in rapporto alle dinamiche familiari. Laing fa notare come, spesso, i genitori fissino un figlio in un ruolo familiare deviante inviandogli due messaggi: (1) Tu dovresti essere X, ma (2) sei Y. Egli osserva come il secondo messaggio sia, implicitamente, più potente del primo. E' possibile far sì che un figlio si senta colpevole dicendogli «dovresti essere maggiormente responsabile», ma che l'affermazione «Tu sei irresponsabile» sia irresistibile; una velata istruzione,cioè, che reca in sé la propria giustificazione («Tu non puoi essere diverso, perché questo è ciò che sei»). L'intenzione conscia del genitore è di cambiare il comportamento, ma quella inconscia è di fissarlo in modo permanente, e questo, in effetti, è quanto il comportamento acquisisce. Definire negativo un tratto ed insistere, simultaneamente, che esso costituisce parte intrinseca del carattere significa assicurarsi subordinazione della persona e persistenza del tratto. Ciò è esattamente quanto cerca di acquisire l'arginamento, per cui questa tecnica è parte essenziale della dinamica dell'arginamento. «Dovresti lavorare e lottare, ma sei pigro e privo di risorse» è stato il messaggio attraverso il quale lo schema del cocomero veniva tanto negato quanto protetto. Nessuno dei due messaggi ha bisogno di essere esplicitamente comunicato a parole. L'arginamento della cultura femminile della nostra società è, entro certi limiti, implicito. Si consideri, ad esempio, l'impatto degli atteggiamenti correnti riguardo il tempo delle casalinghe. Laddove gli uomini, nelle loro occupazioni, sono abituati ad attribuire un certo valore al proprio tempo e a quello di altri uomini, si assume, generalmente, che quello delle casalinghe non abbia alcun valore. Parecchie donne sono disposte a impiegare una giornata intera precipitandosi da un negozio all'altro per risparmiare quattro soldi: lavoro, questo, che offre loro assai meno dello stipendio legale minimo. Malgrado ciò, mentre gli uomini si programmano reciprocamente gli appuntamenti - modo questo per dimostrare l'uno all'altro il rispetto del valore del tempo - ci si aspetta che le casalinghe operino senza programmazione oraria. Riparatori, installatori di telefoni, fattorini, e così via, hanno avuto buon gioco nel rifiutarsi di limitare la propria convenienza prendendo appuntamenti programmati con le casalinghe, dalle quali ci si attende che stiano a casa ad aspettare fino a quando l'operaio arriva. Nulla può tradurre con maggiore efficacia la scarsa stima in cui è tenuto il tempo delle casalinghe della noncuranza della programmazione oraria quotidiana dei bisogni. Al più infimo lacchè della gerarchia professionale maschile viene concessa una superiorità temporale su ogni donna che non lavora. Il duplice messaggio, «Tu dovresti fare qualche cosa di utile, ma sei inutile», non è stato certamente lanciato sulla donna non lavoratrice avvezza a dire «Sono soltanto una casalinga». Ciò che viene protetto da questo arginamento è un antidoto all'utilitarismo ristretto e, in definitiva, privo di significato, del mondo maschile, in cui viene accordato valore soltanto a ciò che è quantitativamente misurabile. La nostra discussione sulle culture devianti pone in risalto un pericolo, anche se piuttosto remoto. Se mai tutti i gruppi oppressi raggiungessero la liberazione e il mondo arrivasse ad un certo tipo di cultura unificata, non verrebbero per sempre perduti schemi culturali vitali? Il pericolo è reale, per quanto improbabile possa apparire attualmente. Un qualche vago presentimento di tale realtà contribuisce, probabilmente, alla crescente preoccupazione di trovare nuove forme di vita altrove nell'universo. Ma si dovrebbe nuovamente sottolineare che l'arginamento dei gruppi devianti non è l'unico mezzo attraverso il quale le società proteggono le alternative. Mito, folklore, dramma e fantasie letterarie servono anch'esse a questa funzione. Per la nostra società, la centralità di Charlie Chaplin nella cultura degli anni venti e trenta costituisce un esempio di questo meccanismo. Il vagabondare di Charlie personificava l'antitesi di tutti i valori prevalenti di quella cultura; valori quali l'ambizione, la lotta, il coraggio, lo stoicismo, la tenacia, la direttività, la posposizione della gratificazione, la dignità e la « virilità ». Egli è stato un monumento alla rispondenza in una cultura che stava rapidamente cancellando ogni traccia di essa nella vita quotidiana. Non è per nulla chiaro perché o quando un sistema sociale diventa improvvisamente vulnerabile a tali antitesi incapsulate, perché i muri delle celle crollano, permettendo alla tendenza deviante di fluire attraverso la società. Chiaramente, ciò è reso possibile da una certa fame, da una certa mancanza, da una certa fatica riguardo le assurdità artificiali degli adattamenti esistenti; tuttavia, il processo permane sempre piuttosto oscuro. Chiamiamo crisi tali momenti. Definiamo crisi un evento quando le nostre routines ordinarie cessano di avere senso. Per cui, quanto più, in primo luogo, le nostre routines appaiono prive di significato, tanto più è probabile che compaia una crisi. Una crisi dura (cioè, viene definita tale) finché le varie routinues mon cominciano nuovamente ad avere senso. Può apparire impossiblie recarsi al lavoro e assurdo lavare i piatti quando una persona amata è appena morta; per questo, in una comunità funzionante, in genere gli altri si danno da fare per riempire il vuoto, rompendo le proprie routines, onde eseguire le funzioni necessario del familiare del defunto. Poi, alla fine, si ha di nuovo la sensazione che la «vita debba continuare»: le acque straripate recedono, il membro della famiglia ritorna dall'ospedale, il morto viene abbandonato e le routines vengono di nuovo riprese. Spesso, tuttavia, sono le routines stesse a trasformarsi, attraverso l'incorporazione del più ampio contesto reso evidente dalla crisi. Il paziente coronarico riserva le proprie energie per arricchire emotivamente le esperienze, piuttosto che per svuotarle; la città distrutta ricostruisce con un occhio rivolto alla bellezza. Spesso, le crisi offrono alle parti soppresse e disprezzate di un sistema la possibilità di infondervi nuova vita, di concedergli una seconda occasione, simile a quella che il sogno del
fantasma di Marley diede ad Ebenezer Scrooge. ( * )